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| | Per correre bene la maratona | Capacità e resistenza aerobica Copyright by THEA 2004
Vi sono alcune grandezze che come terminologia e significato non avrebbero modo di sussistere autonomamente (sono o dei sinonimi o sono legate ad altre grandezze), ma gli allenatori le usano spesso (a sproposito), ingenerando grande confusione: sono la capacità e la resistenza aerobica.
È errato parlare di capacità aerobica (CAE) e di definirla genericamente come tenuta ai ritmi elevati che l''atleta può mantenere per 10-20 km. La definizione non è precisa; in realtà:
la capacità aerobica indica il tempo per il quale si riesce a mantenere il ritmo indicato dalla SAN [soglia anaerobica].
Per un atleta di medio livello può essere di 40 min., per un atleta a livello mondiale arriva a 1h. Quindi la capacità aerobica è espressa come un tempo che va dai 40 minuti all''ora. Se corro i 10000 m in 40'' e ho una SAN di 15 km/h, la mia capacità aerobica è di 40 minuti. Per migliorare posso:
• aumentare il VO2max
• aumentare la SAN
• aumentare la CAE
Aumentare la CAE non ha senso perché l''atleta riesce già a esprimersi per tutta la gara al ritmo espresso dalla SAN attuale. Se riuscissi ad aumentare la SAN a 16 km/h, mantenendo la CAE invariata (40'') riuscirei a correre i 10000 a 3''45”/km cioè in 37''20”. Aumentare la SAN vuol dire implicitamente o aumentare il VO2max o aumentare la massima percentuale di utilizzo a cui si ha concentrazione di lattato costante. In teoria per i 10000 m dovrò lavorare sui primi due parametri, in particolare sulla SAN, cioè quella che gli allenatori chiamano impropriamente potenza aerobica.
Se invece lo stesso atleta prepara una mezza maratona, è ovvio che aumentare la SAN potrebbe non essere significativo, soprattutto se la sua CAE resta la stessa. Potrebbe arrivare a una SAN di 16 km/h, correrli per 40'', ma poi scadere decisamente di prestazioni su una maratonina. Si dovrà lavorare congiuntamente sulla SAN, ma soprattutto sulla CAE.
Un discorso leggermente diverso vale per la resistenza aerobica.
La resistenza aerobica è sinonimo di SAE [soglia aerobica].
Non ha senso dire che essa è il 75-85% della SAN, poiché la definizione è dipendente dall''atleta; è anche scorretto dire che è la velocità a cui si utilizzano prevalentemente gli acidi grassi. Infatti a ritmo di maratona il consumo di acidi grassi è del 20-25%, quindi significativo ma non prevalente. Ovviamente la resistenza aerobica è fondamentale per il maratoneta. |
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| | Allenamenti e doping | Nandrolone Copyright by THEA 2004
Il nandrolone (il cui nome scientifico è nortestosterone e ha formula bruta C18H26O2, differendo dal testosterone per l''assenza del gruppo metilico legato al carbonio in posizione 19) è uno steroide anabolizzante (cioè stimola la sintesi proteica) che viene normalmente impiegato nei casi di magrezza costituzionale, di denutrizione, di fragilità ossea e come cicatrizzante. Immesso sul mercato nel 1959 è uno dei prodotti dopanti più diffusi in tutte quelle attività sportive dove la forza gioca un ruolo importante. Il primo punto da sottolineare è proprio questo: in attività dove la forza e la potenza sono secondarie o, meglio, limitate da altri fattori, il nandrolone non trova una giustificazione scientifica. Ben si comprende il suo abuso nel calcio, nel ciclismo (dove la forza ha il suo peso) e nella velocità (nella foto Marlene Ottey, fra i casi di positività alla sostanza), un po'' meno nelle discipline di resistenza come il fondo o lo sci di fondo, soprattutto da parte di uomini, dove un incremento esagerato della massa muscolare può risultare persino controproducente. Per le donne il discorso è diverso perché comunque un aumento della massa muscolare ha un effetto mascolinizzante che migliora le prestazioni.
Viene rilevato rintracciando i prodotti della sua degradazione, ma, non essendo chiaro se l''uomo lo produca naturalmente, viene considerato positivo un atleta che superi la concentrazione nelle urine di 2 nanogrammi/ml (per le donne 5 ng/ml). Il nandrolone non è in grado di trasformare un brocco in un campione, ma, aiutando i tempi di recupero oltre che aumentando la forza, è una frode in ambito professionistico. Le giustificazioni di chi viene pizzicato sono diverse:
a) il nandrolone è contenuto in tracce in normali integratori il cui uso prolungato farebbe superare la soglia;
b) in alcuni individui la produzione endogena sarebbe superiore ai limiti consentiti;
c) anche l''alimentazione potrebbe favorire l''incremento dei valori: 300 g di carne di cinghiale porterebbero il livello a 6-7 ng/ml.
Dalla ricerca in rete scopriamo con disappunto che spesso si tratta solo di articoli giornalistici che fanno riferimento alle solite due o tre pagine e che riportano pari pari le poche informazioni sul nandrolone: come dire che ci sono tanti "esperti", ma pochi che sanno veramente di cosa si parla. A livello di studi, si rileva che:
"La Federazione Internazionale calcistica (Fifa), l’anno scorso, contestò il tetto di 2 ng/ml sostenendo che uno studio provava che, in molti calciatori, la produzione naturale di questo ormone fosse più elevata, specie in concomitanza d’uno sforzo fisico intenso. Si aprì così una disputa tra il dottor Graf-Baumann della Fifa e il professor Arne Ljunqvist, membro della commissione medica del Cio, vice-presidente della IAAF e responsabile dell’antidoping della Federazione Internazionale di atletica. Ljunqvist fu in grado di dimostrare, anche con l’apporto della dottoressa Christine Ayotte, direttrice del laboratorio di analisi di Montreal, che gli studi condotti avevano provato proprio un bel nulla. Anzi: che dei 137 giocatori non professionisti esaminati, sia prima che dopo l’allenamento, 129 avevano mostrato un livello di concentrazione di metaboliti di nandrolone sotto 0,2, sette tra 0,2 e 0,5 e uno tra 0,5 e 1 ng/ml. E in un altro gruppo di 358 giocatori professionisti, testati solo dopo lo sforzo, soltanto uno aveva avuto un valore di 2,7: ma il caso non venne ulteriormente investigato. D’altro canto, un’altra ricerca condotta in Gran Bretagna, e sponsorizzata dalla Federazione inglese di atletica e dalla Iaaf, non ha portato ad alcun risultato circa una naturale, più alta produzione endogena di nandrolone in concomitanza con un allenamento intenso e l’assunzione, anche in dose massiccia, dunque non fisiologica, di integratori alimentari".
I rischi - Il nandrolone provoca o accentua (se ereditaria) la tendenza al diabete; provoca danni al sistema cardiovascolare, disfunzioni al pancreas; nelle donne la mascolinizzazione è evidente. Poca cosa, se si considerano i lunghi elenchi associati ad altre sostanze, ma una modifica del quadro ormonale dell''individuo può manifestare problemi molto diversi e a lunga scadenza che sfuggono a ricerche troppo affrettate.
Per chi volesse saperne di più: Il metabolismo degli androgeni nell''Area Rossa. |
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| | L'allenamento mentale negli sport di resistenza | Professionisti o dilettanti? Copyright by THEA 2004
Una cosa che non ho mai capito parlando con allenatori di un certo livello è la distinzione fra assoluti e amatori; nei primi in genere rientrano anche i ragazzi, il futuro dell''atletica italiana. A mio avviso la distinzione non solo è errata, ma addirittura è nociva per il movimento atletico. Sinceramente penso che sia arretrata di almeno trent''anni e come tale andrebbe rivista. Si devono infatti tener conto di alcuni fondamentali cambiamenti:
a) molti campioni raggiungono obbiettivi mondiali a quarant''anni, un''età tipicamente da "amatori"; ciò significa che l''età è un fattore decisamente meno discriminante rispetto a qualche decina di anni fa;
b) esistono ormai parametri scientifici per capire il potenziale di un atleta per cui si può ragionevolmente intuire che molti ragazzi non diventeranno mai campioni mondiali; non solo, non diventeranno mai nemmeno campioni italiani.
c) molti amatori fanno sport per il piacere di farlo, ma anche per rimanere in forma e in salute; cioè perché ciò migliora la qualità della loro vita.
Da questi tre punti risulta che non c''è (o non dovrebbe esserci) nessuna differenza fra un ragazzo di sedici anni che fa sport per il piacere di farlo e un amatore di cinquanta che corre per lo stesso piacere. Si viene cioè a delineare la differenza non fra assoluti e amatori, ma fra professionisti (chi potrà o può vivere di sport, arrivando a obbiettivi notevoli) e dilettanti (tutti i ragazzi che non hanno prospettive professionistiche e gli amatori che "corrono per vivere meglio").
L''allenatore che non ha capito questa evoluzione e continua ad allenare il ragazzino con un''intensità e una determinazione con cui si allena un potenziale campione olimpico non solo porterà il ragazzo ad allontanarsi dallo sport (troppa fatica e poco divertimento perché troppo stress), ma rischierà anche di illudere tutti i giovani atleti che si saranno affidati a lui confidando di cambiare la loro vita con lo sport. Il ventenne che fa sport da diversi anni e corre i 5000 m in 15''40" deve farlo per il piacere di farlo e non per il miraggio di andare alle olimpiadi. L''impegno che deve infondere nello sport non deve perciò essere totale (come il professionista), ma paragonabile a quello di un amatore che si allena tutti i giorni e a cinquant''anni corre i 5000 m in 17''40": come l''amatore non trascura il lavoro e la famiglia (sì, lo so, ci sono certi degenerati che lo fanno, ma sono piuttosto patetici...), così il ragazzo non dovrebbe trascurare la scuola e le amicizie extrasportive e il suo allenatore dovrebbe facilitarlo in quest''ultimo compito. |
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| | Allenamenti e doping | Copyright by THEA 2004
Questa pagina nasce da una risposta all''articolo "Non si fa così" a firma Renato Canova, apparso tempo fa su Correre. Stimo il lavoro di Canova come tecnico, ma non sono d''accordo con le sue conclusioni generali. Come sostenitore del "correre per vivere meglio" non posso accettare tranquillamente la tesi che l''allenamento provochi notevoli "modificazioni fisiologiche" che possono giustificare valori alterati. Occorre verificare che tali modificazioni non siano dannose per l''organismo (vedasi inchiesta, sensata o meno, di Guariniello sul morbo di Gehrig) perché chi se la sente di sacrificare la salute degli atleti solo per arrivare a una vittoria olimpica? In sostanza Canova si dà la zappa sui piedi da solo. Sostenere che valori alterati sono frutto di un duro allenamento (io mi alleno tutti i giorni da anni e ho sempre l''ematocrito a 40 e il GH appena nella norma!), significa dire che sostanzialmente lo sport può fare male anche senza doping e su questo io non sono d''accordo! Sostenere che con un duro allenamento in una donna il GH o il testosterone possono assumere valori fuori norma, significa dire che è molto probabile che l''allenamento professionistico induca nelle donne un incremento di mascolinità. Personalmente quando vedo una donna con i baffi e senza seno ottenere una prestazione super mi auguro in cuor mio che sia dopata perché se quello è l''effetto dell''allenamento, beh allora è meglio allenarsi a tavola davanti a una buona pizza! Né ha pregio il confronto con gli africani con 34 di ematocrito e campioni del mondo. Per un bianco avere 34 di ematocrito significa essere anemico; che poi per i neri la fisiologia sia diversa, scientificamente non è correlabile con le patologie degli italiani. Idem dicasi per il CPK a 18.000 dopo una maratona; ciò che conta è rilevare se quel parametro non ha costretto poi l''atleta a mesi di rigenerazione, non se l''atleta ha fatto una buona maratona. È proprio per tutelare la salute degli atleti che certi parametri non possono essere superati. La passione fa anche dire a Canova che "in molti casi il doping è dannoso alla prestazione stessa". Se così fosse, che doping sarebbe? Non esiste nessuna legge, sportiva e non, che mi proibisca di bere candeggina prima di una maratona; probabilmente la mia salute ne risentirà e la mia prestazione anche e infatti la candeggina non è doping. Purtroppo si vieta il doping proprio perché se usato (scientificamente) fa andare più forti. Non bisogna perciò alterarsi quando c''è il sospetto che tutti coloro che arrivano a livello mondiale siano dopati. Semmai occorre un serio lavoro scientifico per capire qual è la verità, se, come e quanto il doping faccia progredire. Il motivo per cui non alleno atleti professionisti è proprio derivato dal fatto che non mi è ancora scientificamente chiaro se un atleta può arrivare ai vertici "naturalmente" e senza alterazioni fisiologiche negative. Se qualcuno ha dati scientifici inconfutabili, me li mostri. Personalmente penso che la lista antidoping sia eccessivamente e inutilmente affollata: se un atleta beve venti caffè prima di una gara è del tutto da dimostrare che andrà più forte (anzi...), quindi perché considerare la caffeina doping? Per la salute dell''atleta? Ma allora in Italia si dovrebbero punire anche il consumo personale di droga, i fumatori e gli alcolizzati. C''è comunque un fondo di verità in quello che dice Canova: molti medici sono impreparati ad affrontare un fisico atletico. Per mediare la posizione occorre sottolineare anche che l''allenatore non può considerare tutto e solo in termini di prestazione. Dovrebbe preoccuparsi anche della salute del suo atleta anche a 40 o 50 anni. Deve cioè nascere una nuova figura professionale che abbia sia competenze mediche sia competenze di preparazione atletica: solo così si salvaguarda veramente la salute dell''atleta. Una tale figura (chiamiamola "medical trainer"?) fra l''altro avrebbe il buon senso di far capire a tanti giovani che:
a) con l'allenamento e basta non si arriva a nulla, se non si ha la stoffa del campione. Troppi allenatori usano per anni come cavie giovani senza futuro facendo loro credere che allenandosi duramente si ottiene qualunque risultato. Questi giovani dovrebbero fare sport per piacere, proprio come un amatore di 50 anni.
b) con il "chimico" non si cambia la cilindrata di un atleta. Se è un ronzino, resta un ronzino. Personalmente posso capire, anche se non giustifico, chi ricorre al doping per vincere un''olimpiade, ma è veramente triste continuare a ricevere e-mail di runner comuni che mi chiedono quali sono gli integratori che fanno andare più forte. Gente che, senza le possibilità economiche di un nababbo, spende diversi milioni all''anno in prodotti completamente inutili per un miglioramento significativo della prestazione.
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| | Lo scarico prima della gara | Copyright by THEA 2004
Per un runner che non finalizza la stagione su uno o due obbiettivi importanti non è cosa da poco saper gestire correttamente i carichi di lavoro; chi vuole rimanere in forma tutto l''anno deve comunque tenere presente che fluttuazioni nelle prestazioni sono comunque inevitabili; in genere, considerando solo la stagione veramente agonistica (diciamo da marzo a fine ottobre), le fluttuazioni dovrebbero rimanere nella fascia dei 10-12"/km. Ciò significa che un runner che vale mediamente (cioè per la maggior parte dell''anno) 20'' sui 5000 m, può avere periodi (anche dell''ordine del mese) in cui vale 20''30" e altri (poche settimane) in cui arriva a 19''30". Ovviamente questi sono dati medi e ogni runner può adattarli al suo caso particolare. In ogni caso è importante sapere se si è:
- nello stato medio (per il runner citato a esempio lo stato medio corrisponde a 20'')
- nello stato di massima forma (attorno a 19''30")
- nello stato di scarsa forma (attorno a 20''30")
Nel primo caso si hanno tutte le opzioni possibili: cercare brillantezza e scaricare per arrivare nello stato di massima forma, continuare sullo stesso standard di allenamenti come quantità e qualità, rilassarsi e scivolare nello stato di scarsa forma, se si è in un periodo in cui non si è particolarmente motivati.
Se si è nello stato di massima forma occorre evitare di ritornare in uno degli altri due stati; conviene gestire lo stato di forma con gare piuttosto che sprecarlo con allenamenti massacranti. Le gare non devono essere comunque troppo ravvicinate.
Nello stato di scarsa forma occorre distinguere se si è stanchi (nel qual caso conviene riposare con allenamenti blandi e psicologicamente poco impegnativi) o se si è poco allenati (nel qual caso si può incrementare gradatamente il carico di lavoro).
È ovvio che sui vari stati incidono altri fattori come il peso, il clima, le motivazioni agonistiche ecc., non solo la quantità e la qualità degli allenamenti.
Anche se il runner in genere non finalizza mai la stagione su una gara, esistono comunque "gare più importanti di altre", alle quali si deve arrivare nello stato di massima forma. Essere in questo stato comunque può non bastare se la forma non viene spesa proprio in occasione della gara. È cioè opportuno arrivare alla gara nelle condizioni migliori.
Deve essere subito chiaro che lo scarico prima della gara ubbidisce a regole generali che però subiscono una personalizzazione che può causare differenze anche significative da atleta ad atleta. Vediamo le regole generali.
L''ultimo allenamento pesante - Deve essere effettuato non prima di quattro giorni dalla gara (per esempio allenamento al lunedì gara al venerdì); per alcuni runner tale periodo può arrivare anche a una settimana. Lo scopo è ripristinare una situazione ottimale che l''allenamento duro è sicuramente andato a intaccare. Se le gare si susseguono con cadenza molto fitta e non si riesce a mantenere l''intervallo di quattro giorni, meglio tralasciare gli allenamenti impegnativi e concentrarsi solo sulle gare.
Il periodo di avvicinamento - Il periodo di avvicinamento è dato proprio dall''intervallo fra l''ultimo allenamento pesante e la gara, cioè i famosi quattro (o più) giorni. In tale periodo gli unici allenamenti sensati sono il fondo lento (su un chilometraggio che comunque non sia "distruttivo") e il jogging (per esempio 30'' in scioltezza) abbinato ad allunghi su distanze che vanno dai 100 ai 400 m per svegliare le gambe. Stretching e ginnastica sono ovviamente consigliati. |
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| | Vuoi migliorare la tua vita? | Il blocco e l'età psicologica Copyright by THEA 2004
La frase "ai miei tempi" può sembrare del tutto normale in una persona piuttosto avanti con gli anni; se la si analizza bene scopriamo però che rivela anche un parziale rifiuto del tempo "attuale" che viene visto (e spesso vissuto) come parzialmente estraneo a se stessi. È pertanto definibile la data di blocco del soggetto adulto (cioè convenzionalmente un soggetto che abbia più di vent'anni) come quella a partire dalla quale si sono rifiutate o accolte solo in parte (e spesso forzatamente) le evoluzioni della società. Per spiegare meglio il blocco consideriamo il fenomeno Internet; molte persone lo hanno accolto perché obbligate per lavoro, altre (senza blocco) lo hanno recepito sino in fondo (assimilato) e lo usano nella piena sua potenzialità: fanno acquisti in rete, prenotano viaggi, giocano in borsa o controllano il proprio saldo bancario ecc. Il blocco (e quindi l'età psicologica) può essere studiato analizzando le scelte esistenziali del soggetto. Vediamo alcuni indicatori fondamentali.
Le innovazioni tecnologiche consolidate - Si tratta di innovazioni che sono entrate a far parte dell'uso comune, senza essere destinate a un'elite tecnologica o economica. In Italia l'auto è diventata un indicatore a partire dagli anni '80 quando modelli sufficientemente confortevoli hanno consentito lunghi viaggi. Chi ha avuto un blocco negli anni '70 ha sì la patente da trent'anni, ma usa la macchina il meno possibile, in città e per spostamenti brevi. La televisione è diventata un indicatore interessante con l'avvento del colore e della concorrenza fra le reti (negli USA Quinto potere di Lumet è un film del 1976). Chi ha un blocco agli anni '70 la vede poco e pensa che se ne possa fare a meno. Chi ha un blocco alla fine degli anni '80 non usa fax, carta di credito, cellulare. In Italia chi si è bloccato ai primi anni '80 non usa il personal computer: se lo deve usare per lavoro ci sono dei momenti in cui lo "odia" perché non si adatta all'uomo, senza essere stimolato dalla sfida di possederlo, tipica invece di un giovane. Chi usa il personal e si è bloccato agli anni '90 non è interessato più di tanto a Internet.
La musica, i film, i libri - Le scelte culturali per il tempo libero sono particolarmente significative per datare il blocco. Ci sono persone che da anni non seguono la musica, la letteratura e, guardando per caso un film di oggi in televisione, non ne apprezzano le "novità" nella regia, nella sceneggiatura, negli effetti speciali, nel messaggio che trasmette, nella recitazione ecc.
La cura di sé - È sin troppo facile segnalarla come indicatore dell'età psicologica. Le scelte nell'abbigliamento riflettono lo stare al passo con i tempi o il legarsi a una moda passata. Un adulto al passo coi tempi dovrebbe vestirsi sempre con la moda del momento e non con quella di dieci o vent'anni prima. Un particolare indicatore è rappresentato anche dalla cura prestata alla propria salute. Non fumare per ragioni salutiste era cosa già "nota" negli anni '70 e '80, mentre la lotta all'obesità e la pratica di un'attività sportiva sono indicatori validi dagli anni '90 in poi.
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| | La dieta mediterranea | Copyright by THEA 2004
Troppi visitatori continuano a scambiare la dieta italiana con la dieta mediterranea. La differenza (nel bene o nel male) è la stessa che può passare fra due paesi del mediterraneo, per esempio l''Italia e la Libia.
Secondo la versione più accreditata, la dieta mediterranea è stata "scoperta" dal medico Ancel Keys. Nel 1945 Keys sbarcò a Salerno insieme al contingente americano; durante la sua permanenza nel Cilento si accorse che le patologie cardiovascolari erano meno diffuse che nel suo paese. Seguirono diversi studi che stabilirono che l''incidenza delle patologie vascolari era inferiore nei paesi dove si utilizzava una dieta mediterranea. In realtà ancora oggi ci si avvale di quegli studi senza averli sottoposti ad analisi critica. In particolare:
a) non esiste una significativa differenza di vita media fra paesi come gli Stati Uniti, l''Italia, la Germania o il Giappone. Quindi se la dieta è responsabile della salute, se concludo che migliora l''incidenza delle patologie cardiovascolari, peggiorerà l''incidenza di altre: solo così la vita media resta circa la stessa. Praticamente non ne ho nessun beneficio.
b) l''analisi statistica effettuata fra gli anni ''50 e ''70 non teneva conto che le morti per incidenti cardiovascolari di nazioni come l''Italia e la Grecia erano inferiori rispetto agli Stati Uniti semplicemente perché la gente moriva prima per altre cause!
Attualmente anche la dieta mediterranea è sotto accusa perché gli italiani sono il secondo popolo più obeso d''Europa e l''obesità aggrava quelle patologie che la dieta mediterranea si prefigge di sconfiggere.
Come tutti sanno, alimenti cardine della dieta mediterranea sono i cereali (pane, pasta, pizza, polenta ecc.), i legumi, gli ortaggi, la frutta e l''olio d''oliva.
Purtroppo non è affatto vero che mangiare mediterraneo con i prodotti della nostra terra sia il modo migliore di alimentarsi. Infatti, grazie a spinte commerciali e scientifiche, la dieta mediterranea è diventata un esempio di ortoressia positiva: si esaltano (oltre i loro meriti) cibi "buoni", lasciando intendere che possano assicurare un''ottima salute. Purtroppo si legge troppo spesso che alimentarsi correttamente vuol dire assumere cibi ricchi di carboidrati e poveri di grassi e che la dieta mediterranea è sinonimo di mangiar bene perché ricorre a cibi semplici. È però proprio grazie alla dieta mediterranea e ai suggerimenti di molti esperti di scienza dell''alimentazione che gli italiani sono diventati il secondo popolo obeso d''Europa (dopo i tedeschi).
Primo punto da capire:
- la dieta mediterranea non è un modello alimentare
Infatti un modello alimentare (e a maggior ragione una "dieta") dovrebbe innanzitutto fissare i fabbisogni calorici (se no che dieta è?) e la ripartizione dei macronutrienti, non genericamente spingere certi cibi (pane, pasta, olio ecc.). Si dovrebbe perciò parlare di indicazioni alimentari mediterranee e non di dieta (tenetelo presente ogni volta che sentite un dietologo o presunto tale che magnifica la dieta mediterranea).
Purtroppo si legge troppo spesso che alimentarsi correttamente vuol dire assumere cibi ricchi di carboidrati e poveri di grassi e che la dieta mediterranea è sinonimo di mangiar bene perché ricorre a cibi semplici.
PROBLEMI - Nella dieta mediterranea quattro sono i punti negativi:
a) il fabbisogno calorico è sempre stato sovrastimato;
b) diminuendo i grassi non si dimagrisce, come ha dimostrato il fallimento del progetto del governo statunitense contro l''obesità;
c) non si notano significativi miglioramenti riguardo a molti elementi di rischio (ipertensione, colesterolo ecc.);
d) una dieta mediterranea è comunque difficile da seguire perché non controlla lo stimolo della fame.
Il primo punto è abbastanza semplice da dimostrare. Per una dieta salutista un uomo alto 172 cm con un peso di 70 kg è perfettamente nella norma. Se non svolge nessuna attività fisica il suo fabbisogno calorico è stimato in circa 2500 calorie. Misuriamo la massa grassa del soggetto e scopriamo che è del 22%, del tutto normale direbbe un dietologo tradizionale. Lo stesso soggetto dopo sei mesi di attività fisica (moderata, ma costante, per esempio 45'' di corsa al giorno) e un''opportuna dieta pesa 60,6 kg con un 10% di massa grassa e verifica che per mantenere tale condizioni sono sufficienti 2300 calorie (attività fisica compresa!). In entrambi i casi la massa magra è rimasta la stessa (circa 54 kg). Cosa vuol dire tutto ciò? Che i calcoli tradizionali erano sovrastimati perché andavano a nutrire anche il grasso in eccesso! Morale della favola: lasciate perdere ogni tabella troppo ottimista, per una mamma il figlio non è mai obeso!
L''ultimo punto si comprende facilmente se si considera che una dieta ricca di carboidrati aumenta lo stimolo della fame. L''errore della dieta mediterranea è che i singoli alimenti proposti vanno benissimo, ma privilegiare i carboidrati (pane, pasta, cereali ecc.) e i cibi tradizionali significa che con la dieta mediterranea è praticamente impossibile avere un regime controllato in calorie senza soffrire perennemente lo stimolo della fame.
È vero che la pasta non ingrassa, ma solo se assunta in modica quantità (due piatti al giorno e un sedentario è già spacciato) e con condimenti ipocalorici (praticamente solo al pomodoro e senza molto olio, scordatevi una porzione di trenette al pesto). In realtà abbandonando la dieta mediterranea è possibile non avere fame, controllare l''obesità, l''ipertensione, il colesterolo e il rischio cardiovascolare. Provate a confrontare queste due colazioni:
a) 100 g di salmone al naturale + 150 g di yogurt magro + 50 g di biscotti light + tè zuccherato con qualche grammo di fruttosio;
b) 200 g di torta di mele con tè zuccherato con qualche grammo di zucchero.
La prima ha un rapporto proteine/carboidrati di 0,7 e apporta 450 calorie, la seconda di 0,1 e apporta 700 calorie. Dopo un''ora, con la prima non proverete nessuno stimolo, mentre con la seconda avrete fame e sarete "costretti" a fare un nuovo spuntino. Il fallimento della dieta mediterranea passa proprio attraverso l''incapacità del soggetto di gestire gli stimoli della fame: si possono rimuovere per tempi e con modalità limitate, non all''infinito, dando origine all''effetto yo-yo, una negativa alternanza di cali e di aumenti di peso che frastornano l''organismo. Perciò quando leggete che alimentarsi correttamente vuol dire seguire una dieta mediterranea, assumere cibi ricchi di carboidrati e poveri di grassi, meditate a lungo prima di buttarvi per quel sentiero...
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| | Allenamenti e doping | Eritropoietina (EPO) Copyright by THEA 2004
L'eritropoietina (EPO) ha sostituito la vecchia, complessa e pericolosa pratica dell''emotrasfusione. Si tratta di una glicoproteina con peso molecolare 30.400 dalton; è l''ormone che stimola l''eritropoiesi, regolando la produzione dei globuli rossi. Viene sintetizzata dal rene e in minima parte dal fegato e la sua produzione è regolata dalla concentrazione di ossigeno nel sangue. La stimolazione dell''eritropoiesi viene esercitata dall''eritropoietina nel midollo osseo sull''eritrone. L''eritropoietina effettua una selezione che elimina le cellule meno buone, consentendo solo ad alcune di seguire la linea di maturazione e di diventare eritrociti (apoptosi). Si tratta pertanto di una sostanza prodotta dal nostro corpo e, poiché viene impiegata per curare anemie in pazienti soprattutto con patologie renali o tumorali, a molti atleti non è del tutto evidente la sua classificazione fra le sostanze dopanti o comunque dannose per la salute.
L'EPO sintetica
L''eritropoietina sintetica è prodotta con la tecnologia del DNA ricombinante; ha un peso molecolare di 30.400 dalton ed è prodotta da cellule mammarie in cui è stato introdotto il gene dell''eritropoietina. In genere è immessa in commercio in soluzioni da 1 ml che contengono 2.000, 3.000, 4.000, o 10.000 unità.
Dubbio num. 1 - Secondo http://www.epoweb.com/epolink1.html ha gli stessi effetti biologici dell''eritropoietina endogena. Questo fatto è invece messo in discussione da http://www.sportpro.it/doping/ricerche/DanniEPO.htm secondo cui "l''eritropoietina ricombinante umana (rHuEPO) non è in grado di selezionare, all''interno dell''eritrone, le cellule più adatte per diventare eritrociti: tale incapacità di discernimento (risultante nell''inibizione dell''apoptosi) comporta che tutte le cellule dell''eritrone, anche quelle imperfette, passino attraverso i previsti livelli di maturazione e diventino eritrociti. Secondo le segnalazioni provenienti dalla letteratura scientifica, ciò comporterebbe il rischio di sviluppare nel tempo addirittura malattie tumorali oltre che altre gravi patologie (eritroleucemia, policitemia vera, aplasia della serie rossa da formazione di anticorpi anti-EPO, leucemia mieloide acuta da aumentata concentrazione di EPO nel sangue, ecc)".
L''eritropoietina nella pratica clinica
L''EPO viene utilizzata in clinica per diversi scopi:
a) principalmente per la cura dell''anemia di pazienti dializzati o nefropatici (a causa dei problemi renali non viene prodotto una quantità sufficiente di eritropoietina http://www.sin-italia.org/registri/marche/1997/epo.htm)
b) per procedure di autotrasfusione per interventi di chirurgia c) nell''anemia con insufficienza cardiaca d) nell''anemia neonatale (http://www.neonatologia-online.it/sapere/ritornocasa/L-anemia.html) e) per risolvere problemi morali (testimoni di Geova) f) in anemie causate da patologie tumorali (http://www.epoweb.com/faq.html)
La cultura (?) medica
Un caso eclatante di disinformazione medica è il seguente:
L''eritropoietina stimola il midollo a produrre globuli rossi. L''impiego dell''eritropoietina come doping permette all''atleta di trasportare più ossigeno ai muscoli, aumentando le sue prestazioni. L''effetto dell''eritropoietina dura poche ore e scompare senza lasciare tracce. Uno dei controlli più semplici sull''uso improprio di eritropoietina consiste nel misurare l''ematocrito: più è alto, maggiore è il sospetto di doping.
trovato (!) su un portale medico (http://www.medicina-online.net/meol0037.htm)
A parte la superficialità con cui è trattato il problema, l''affermare che "l''effetto dura poche ore e scompare senza lasciare tracce" è un''assurdità scientifica.
I danni dell''EPO
Iniziamo da quello relativamente meno importante. L''aumento da eritropoietina della concentrazione dei globuli rossi nel sangue circolante si contrappone all''adattamento che l''allenamento provoca nell''atleta e che consiste in una "emodiluizione" ossia in un relativo aumento della parte liquida del sangue (plasma) nei confronti di quella corpuscolata (globuli rossi). In realtà in molti atleti si dovrebbe verificare se l''ematocrito basso sia un effetto dell''emodiluizione o di un relativamente basso numero di globuli rossi (come spesso avviene).
Passando a danni più gravi, alcuni dei quali irreversibili, http://www.sportpro.it/doping/ricerche/DanniEPO.htm ci avverte che i pericoli sono:
1) Tendenza alla trombofilia, indipendente dal valore di ematocrito (inibizione dei fattori della coagulazione del sangue, per esempio la proteina S). Anche con ematocrito basso si potrebbero verificare dei trombi.
2) Tendenza alla trombofilia, dipendente dal valore dell''ematocrito. Questo punto è ovvio e riconosciuto da tutti; aumentando l''emoconcentrazione, è ovvio che possono formarsi trombi.
3) Potenziale incremento delle resistenze vascolari nelle zone profonde del cervello, con possibile invecchiamento precoce delle strutture
4) Ipertensione, con conseguente sclerosi vascolare (nei diversi distretti ed organi corporei, come fegato, reni e polmoni), accresciuto rischio di infarto e encefalopatia ipertensiva
5) Convulsioni
6) Leucoencefalopatia (modificazioni della sostanza bianca cerebrale)
Tutto chiaro? In un documento della facoltà di medicina dell''università di Verona si legge:
"è bene ricordare che la supposta correlazione fra utilizzo di epo e morte improvvisa di alcuni ciclisti della categoria élite rimane, per ora, solo aneddotica. Ad oggi le complicanze legate all''assunzione di epo in soggetti sani sono poche note; la maggior parte degli studi, compiuti su pazienti in insufficienza renale cronica, ha comunque evidenziato la possibile comparsa d''ipertensione arteriosa, danni cerebrali e trombosi venose. Nondimeno, la recente osservazione di trasformazione tumorale fulminante in un paziente trattato con epo ricombinante e di una forma drammaticamente fatale di policitemia a seguito di alterata produzione di epo consiglia molta precauzione nell''impiego di questa sostanza".
Cosa manca in queste affermazioni? Un dato numerico (che non siamo riusciti a trovare) che indichi il reale pericolo. In altri termini, poiché è fissato un limite di ematocrito a 50, può bastare questo limite (a prescindere che si assuma o meno l''EPO) a preservare la salute dell''atleta? Il problema di fondo è che fissando un valore di soglia si dà per scontato che l''assunzione dell''EPO non provochi problemi quando si resta sotto questo valore. Il discorso sulle patologie soprariportate è ovviamente corretto se l''atleta passa da 46 a 60 di ematocrito (d''altra parte anche sostanze banali come la vitamina A in sovradosaggio sono "critiche"), ma se passa da 46 a 48? Per esempio con un innalzamento da 46 a 60 la pressione potrebbe schizzare da 120 a 180 con gravi danni alla salute, ma con un innalzamento da 46 a 48 passerebbe da 120 a 125 con danno probabilmente minimo. È cioè necessario che siano scientificamente provati danni da piccoli incrementi per disincentivare chi utilizza l''EPO ai limiti del consentito per averne un vantaggio che, se ininfluente in assoluto, diventa significativo a livelli d''élite in cui pochi secondi possono far passare dal primo posto all''esclusione dal podio.
Come scoprire l''EPO
I media hanno dato notevole risalto al fatto che ormai la rilevazione del doping da eritropoietina sia certa. In realtà non è così. Vediamo prima i risultati scientifici:
a) alla pagina http://www.sportpro.it/doping/ricerche/EPOtrack.htm troviamo un interessante studio franco-canadese del 1996. Riassumendolo si scopre che la presenza dell''eritropoietina esogena è rilevabile fino a 7 gg. dall''ultima assunzione nel sangue e fino a 4 gg. nelle urine. I benefici permangono invece più a lungo (secondo il salto di ematocrito che ha generato).
b) Sempre secondo l''università di Verona:
"Nei pazienti in terapia con epo si osserva un rilascio dei reticolociti, i precursori dei globuli rossi, già 24 ore dall''inizio della terapia; l''incremento nel numero dei reticolociti raggiunge il suo massimo dopo 4-6 giorni e, senza ulteriori somministrazioni, la normalizzazione dei conteggi avviene dopo 8-10 giorni. L''aumento del rilascio di reticolociti può essere di tale entità da raddoppiare la quota circolante".
c) In http://www.sportpro.it/doping/ricerche/EPOdetect.htm viene descritto il metodo di rilevazione dell''EPO attraverso le urine proposto dall''equipe del laboratorio francese di Chatenay-Malabry, diretto dal professor Jacques De Ceaurriz, e pubblicato l''8 giugno 2000 sul mensile inglese "Nature". Il metodo si basa sull''analisi delle varie forme dell''eritropoietina (con proprietà elettriche diverse) che consente di evidenziare quella naturale da quella ricombinante. Anche in questo caso resta il problema della rapida scomparsa dalle urine dell''EPO.
Sintetizzando i tre punti si può stabilire che:
il combinato dei vari metodi (studio dei parametri del sangue, ricerca dell''EPO nel sangue e nelle urine) è valido per controlli a sorpresa o per competizioni di lunga durata dove l''atleta deve assumere "in gara" la sostanza dopante. |
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Fotogallery realizzata da Maggie Soladay.
Filmato di TeleItaliaUSA, da YouTube.
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